
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di una nostra lettrice, Enrica Sepe. La famiglia di Enrica, originaria di Zara, ha vissuto la tragedia dell’esodo e degli infoibamenti.
Questa è una storia come tante, anzi, come troppe. Troppe storie di gente strappata alla propria casa, alla propria terra, alla vita. E’ la storia di Italiani come tanti ed è quella di mio nonno, nato a Zara ed esule fino alla fine dei suoi giorni.
E’ la storia di un ragazzo di 17 anni costretto a scappare sotto una pioggia di bombe nell’ottobre del ’44 con addosso solo il pigiama, sorreggendo la sua mamma, piangendo insieme al suo papà, col pensiero ai fratelli più grandi, in guerra, che non sarebbero più tornati a casa. Perchè quella casa non sarebbe più esistita. Italo, mio nonno, ha sentito la sirena dell’allarme ed è corso fuori, si è voltato ed ha visto la sua casa bruciare. Le bombe degli Alleati cadevano su Zara riducendola ad un cumulo di macerie, strappandogli tutta la sua vita, sfondandogli il cuore per la sua patria ferita.
E mio nonno ha cominciato a correre, a cercare gli amici, via, di corsa, insieme ai genitori, prima di essere ammazzati dai “liberatori”. Ha incontrato mia nonna, sua amica, l’ha presa per mano e ancora… scappare, senza tregua, nel fumo, tra le macerie, un’ altra bomba, il botto. Rosi, mia nonna, sbatte contro un muro, cade, Italo la tira su e vede il suo bel viso tutto graffiato….ma saranno fortunati. Con i solo vestiti indosso come unica proprietà, i miei nonni e le loro famiglie sono scappati e sono arrivati ai piroscafi, prima che una morte ancor più terribile li cogliesse.
Per chi non è scappato ci sono state le foibe. Senza distinzione alcuna. Uomini, donne, bambini. Centinaia e centinaia di morti, di orrori, di violenze, derisioni e discriminazioni. In patria. Per la mia famiglia partire è stato morire nell’animo, ma restare sarebbe stata morte certa.
Il bisnonno Umberto lavorava al comune di Zara e aveva tre figli: Antonio, il maggiore, si era arruolato nell’aviazione ancora minorenne, grazie ad una lettera scritta alla regina Margherita in cui la pregava di intercedere per lui, che voleva servire la sua Patria …che così bene l’ha ripagato. Nino, il mezzano era in marine e per finire Italo, il più giovane.
Sono scappati. E si sono ritrovati in un’Italia che li ha trattati da stranieri, neanche da figli minori. Anni di dolore per ricostruirsi una vita, col cuore sempre in fiamme per la delusione, l’amarezza di uno Stato che gli ha voltato le spalle, ha nascosto la testa nella sabbia inneggiando ai partigiani eroi, agli alleati liberatori. E loro? Gli istriani, i dalmati? Quei figli d’italia abbandonati a loro stessi, derisi, umiliati, ignorati? Ancora oggi non li ricorda quasi nessuno, sono invisibili, silenziosi, discreti, troppo bene educati per fare piazzate. La loro terra non c’è più.
Mio nonno non è mai più tornato a Zara, gli avrebbe fatto troppo male. Mio zio Nino invece è tornato, ogni volta che ha potuto, tutti gli anni, con la moglie, i nipoti, e se ne stava lì ad ingoiare amaro, per le strade fra gli slavi, con la zia Anna che diceva a mio cugino Marco: “Zitto,non farti sentire che sei italiano”. Mio nonno non avrebbe sopportato era troppo orgoglioso, troppo deluso.
Gli episodi da raccontare sarebbero tanti, della guerra e del dopo guerra: le botte, la polizia, le irruzioni dei marescialli in casa, il bisnonno in prigione, la bisnonna orgogliosa con le foto dei figli in divisa sul caminetto, l’emozione di una voce, di una parola. Queste mie righe sono solo un piccolo, modesto tributo a degli eroi veri: Italo, Antonio, Nino, Umberto, Gemma… tutti coloro che sono riusciti a sopravvivere con questo dolore mai sopito, sempre con il cuore sulle labbra nel pronunciare il nome “Zara”.
Le loro famiglie non li dimenticheranno mai, ed io, finchè avrò vita, racconterò questa storia a tutti coloro che incontrerò sul mio cammino, per non dimenticare.
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Enrica Sepe
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